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Durante la cerimonia Sonia Sartori Il matrimonio tra due ebrei può essere celebrato ovunque: in sinagoga, a casa, in un giardino. L’unica regola da osservare è che il matrimonio avvenga sotto un baldacchino, chiamato Kuppah, dove si sistemano il rabbino, i due sposi, i genitori e i testimoni. La Kuppah è il simbolo della coabitazione degli sposi.
Durante la cerimonia si legge la Ketubà, un vero e proprio contratto di matrimonio con cui lo sposo si assume una serie di responsabilità , soprattutto di carattere economico-patrimoniale, nei confronti della moglie. Gli sposi firmano la ketubà e durante la cerimonia il marito consegna il documento alla moglie che a sua volta lo affida alla madre.
Un altro passaggio importante del rito è la benedizione del vino da parte del rabbino. Durante la cerimonia gli sposi berranno più volte il vino benedetto dallo stesso calice. Un momento suggestivo è quando lo sposo infila l’anello nel dito indice della mano destra della sposa, ma non lo spinge fino in fondo al dito, perché l’unione fisica tra i due sposi non è ancora avvenuta.
Alla fine della cerimonia gli sposi bevono dal calice per l’ultima volta. Poi lo sposo prende il calice e lo rompe con un piede. È un gesto che si compie per non dimenticare la diaspora. Secondo un antico uso, in tutti i momenti di festa si deve ricordare il dolore per l’esilio degli ebrei.
Dopo la cerimonia gli sposi si appartano in un luogo isolato e al loro ritorno la sposa porterà l’anello nel modo tradizionale, però nella mano destra.
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